Riflessioni
Approfondimenti tratti dal mio Diario di Viaggio "alla scoperta dell'essere umano"
Foto di Raffaella Guarnieri | Cile
Perché ho scelto l'EFT?
9 gennaio 2026•5 min di lettura
Ho deciso di dedicare questo spazio al perché ho scelto l'EFT come tecnica principale all'interno del mio coaching umanistico. Quando l'ho scoperta, il mio primo pensiero è stato: "È geniale, e funziona perché è semplice". Con "semplice" intendo che si fonda su basi logiche e prevede una misurazione costante dei risultati.
Per anni ho cercato — prima per me stessa e poi per la mia professione — un metodo che fosse veloce ed efficace, ma che avesse anche un approccio "scientifico" e concreto, lontano dalle derive New Age. A differenza di tutto quello che avevo sperimentato in precedenza, l'EFT funzionava.
Le basi logiche dell'EFT
L'EFT parte da un presupposto: la causa di ogni emozione negativa è una perturbazione nel sistema energetico del corpo; in altre parole, significa che in un dato momento il nostro sistema è andato in "corto circuito". Il mio lavoro consiste proprio nell'individuare il momento in cui ciò è avvenuto, che spesso non ha nulla a che vedere con quella che razionalmente pensiamo sia la causa.
Che si tratti di ansia, stress, di una paura o di un disturbo fisico, all'origine c'è sempre questo corto circuito. Durante le sessioni non accade nulla di magico: c'è la mia capacità di ascoltarti, di farti le domande giuste e di andare alla radice vera del problema. Tutto questo avviene anche attraverso la stimolazione di alcuni punti di digitopressione, il cosiddetto "Tapping".
Durante ogni incontro procediamo con la misurazione dell'intensità del disturbo, che sia emotivo o fisico. Per questo i risultati sono tangibili; inoltre, vengono testati nel tempo per avere la certezza di aver sciolto il nodo in modo definitivo.
Come capire se l'EFT è lo strumento giusto per te
A questa domanda mi sento di rispondere semplicemente: "provalo". Ad oggi non ho ancora trovato un solo tema su cui non si possa applicare con successo. Nella sezione Il Metodo del mio sito trovi alcune situazioni tipiche, ma si tratta solo di esempi.
La differenza fondamentale rispetto ad altre tecniche è che qui è necessaria la tua reale intenzione di risolvere la problematica: non ci affideremo a frasi positive sperando nella "magia", ma lavoreremo concretamente.
Ti racconto la mia esperienza per spiegarti cosa intendo con "intenzione": per dai 20 anni fino a poco tempo fa, la mia vita è stata caratterizzata da alcuni disturbi cronici: il dolore alla schiena, la cistite e gli attacchi di panico. Non male, vero? Eppure, ogni volta che avevo una di queste crisi, mi trovavo in situazioni personali molto stressanti.
Avrei potuto conviverci o delegare l'aiuto all'esterno, invece ho deciso di andarne alle cause, consapevole che si trattasse di quel famoso corto circuito emotivo.
Non so in quale momento della tua vita ti trovi in questo istante, ma il mio consiglio è di non soffermarti troppo a pensare se questa tecnica faccia al caso tuo. Ti invito a sperimentarla.
Già dopo i primi 30 minuti della nostra chiamata gratuita, avrai risposte chiare sulla validità di questo percorso per te.
Foto di Raffaella Guarnieri | Vietnam
Il corpo secondo la Medicina Tradizionale Cinese: alla scoperta dell'essere umano
3 gennaio 2026•6 min di lettura
Quando ho iniziato a studiare la Medicina Tradizionale Cinese (MTC), ero alla ricerca di basi solide che mi facessero comprendere davvero come funzioniamo. Come funziona il nostro corpo e, quindi, anche cosa non lo fa funzionare.
Trovavo assurdo che, durante una visita specialistica, non mi venisse quasi mai chiesto come stavo al di là del sintomo fisico. Eppure io lo sapevo come stavo. Con questo non voglio dire che il corpo in quanto corpo non vada trattato; voglio solo dire che se si cerca la vera causa, la parte emotiva non può essere trascurata, specialmente se il disturbo è cronico.
In questi anni io, che amo i viaggi, ho intrapreso un viaggio profondo alla scoperta dell'essere umano. Sono diventata insegnante di Pilates e di Posturale per comprendere l'anatomia e la biomeccanica, continuo a studiare la Medicina Tradizionale Cinese per la sua visione straordinaria, e sono Coach Umanistico specializzata in EFT per lavorare sulla radice delle cause emotive.
Perché la Medicina Cinese mi ha sbalordito
Migliaia di anni fa, questa disciplina aveva già compreso che un sintomo, da solo, non spiega nulla. Il corpo viene considerato un sistema unitario: non c'è distinzione tra parte fisica ed emotiva perché sono costantemente interconnesse; anzi, di fatto, si sta parlando della stessa cosa.
Fare un'anamnesi in Medicina Cinese significa dedicare tempo alla persona, farle le domande giuste, ascoltarla, osservare il modo in cui parla e si muove. Non pratico la MTC in senso stretto — richiederebbe una vita intera di dedizione — ma la studio perché mi regala una visione ampia. Insegno come allenare il corpo e faccio coaching. Pensi si tratti di ambiti diversi? In realtà, come vedi… no. Perché il viaggio è lo stesso: quello alla scoperta dell'essere umano.
La connessione che cambia la prospettiva
Integrare i principi della MTC nel mio lavoro significa considerare un fastidio fisico cercando di comprenderne le cause:
- •Dal punto di vista anatomico e biomeccanico: con l'analisi posturale e quindi allenandoti attraverso il Pilates.
- •Dal punto di vista emotivo: con l'EFT che lavora sul corpo attraverso i punti di digitopressione della MTC.
L'immagine che mi viene in mente mentre scrivo è quella della "Pista cifrata" della Settimana Enigmistica, il gioco dove devi collegare i puntini numerati per scoprire l'immagine nascosta. Mi sembra che spieghi benissimo il mio lavoro: unisco i puntini per arrivare al disegno finale, la causa del problema.
Foto di Raffaella Guarnieri | Ladakh, India
Fare spazio attraverso la presenza
27 dicembre 2025•4 min di lettura
In uno dei miei viaggi ho visitato il Ladakh, nel nord dell'India: un angolo di quiete assoluta tra le vette dell'Himalaya, i laghi cristallini e i monasteri buddisti arroccati sulla roccia. Un Paese meraviglioso, sia per i suoi paesaggi che per le sue persone; un luogo dove un giorno mi piacerebbe tornare.
Il rituale del mandala nella nostra quotidianità
È qui che ho scattato questa foto. Ritrae alcuni monaci nell'atto di creare un mandala di sabbia che, una volta terminato, verrà ritualmente distrutto. Osservarli è stato per me un insegnamento profondo su cosa significhi abitare totalmente il momento presente. Sono rimasta a guardarli per molto tempo: niente li distraeva, erano totalmente presenti nella loro pratica.
Forse per noi occidentali è difficile comprendere come si possa dedicare così tanto impegno alla creazione di qualcosa destinato a essere distrutto. Eppure, per quei monaci il risultato non era prioritario: contava solo la presenza nel momento della realizzazione. Non occorre comporre mandala per sperimentare tale stato; lo si può fare cucinando, lavando i piatti, guidando o camminando. Se ci pensi, anche i piatti appena puliti verranno risporcati, il cibo preparato con cura sarà consumato e il letto rifatto dovrà essere disfatto la sera stessa. Il nostro mandala quotidiano risiede proprio in questi gesti.
La scuola di Eckhart Tolle
Ho iniziato ad allenare la presenza molti anni fa, quando ancora lavoravo in banca e mai avrei immaginato che un giorno mi sarei trovata qui a parlarne. Nel tempo ho approfondito molto, frequentando corsi e studiando, ma soprattutto ho cercato di applicare la consapevolezza alla mia quotidianità. Frequentare la scuola di Eckhart Tolle è stato un privilegio: mi ha fornito strumenti preziosi da utilizzare non solo su di me, ma anche — o meglio, soprattutto — per gli altri.
Il coaching come spazio, per me e per te
Nel mio lavoro di coaching, la presenza significa essere lì, con te. Ascoltarti e osservare le tue reazioni senza lasciarmi distrarre dai miei pensieri o da eventuali giudizi. Il mio compito è essere un'investigatrice attenta per risalire alle cause dei tuoi corto circuiti emotivi; per farlo, ho bisogno di creare spazio dentro di me per accoglierti. Questo spazio è lo stesso che sperimenterai tu una volta sciolti i blocchi che impediscono alla luce di filtrare tra le fronde — per restare sulla metafora di Komore.